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Brivio e Monti. La Germania sta con l’Europa, non con Trump
27 Febbraio 2025
 

La Germania, anziana e logorata locomotiva d’Europa, ha scelto Friedrich Merz come suo premier, che riporterà dunque la Cdu-Csu alla guida del governo tedesco. In un Paese cardine per gli equilibri europei e globali, custode del disastri del novecento ed esempio di riscatto democratico, si votava per decidere a chi affidarne le redini, ma ancor prima per ribadire che la Germania rifiuta l’anacronistico e devastante passato nazista e che considera l’Unione Europea la miglior risposta possibile a ogni rigurgito nazionalista. La risposta è stata chiara perché la larga maggioranza dei tedeschi non vuole gli estremisti dell’AfD al governo, come dimostrano i numeri al di là di ogni fuorviante enfasi sul quinto dei voti presi dalla versione post-moderna dell’ultra destra nostalgica.

Nelle elezioni politiche che hanno registrato la più alta affluenza da quando la Germania si è riunita, il timore era quello di una vittoria schiacciante dell’AfD, sostenuta esplicitamente dall’amministrazione statunitense nella persona di Elon Musk. La realtà è però ben lontana da questo quadro, dato che l’80% dei tedeschi che si sono recati alle urne ha manifestato la volontà di lasciare l’AfD all’opposizione.

Se il panorama emerso dice con evidenza cosa non hanno voluto i tedeschi, non altrettanto certo è invece quello che si troveranno davanti in anni difficili per il loro Paese attraversato da una devastante crisi di identità e modello di sviluppo, e con un ruolo declinante di guida in un’Unione europea dove è sempre più necessario uno spazio politico davvero autonomo. L’Europa viene da decenni di azioni guidate dalle miopie degli interessi nazionali che l’hanno marginalizzata lasciando campo e voce a chi - fuori dai suoi confini, ma soprattutto dentro - la considera un’entità del tutto superflua. Ecco dunque la necessità per la Germania di una compatta coalizione di governo europeista, che per raggiungere la maggioranza includa accanto ai vincitori democristiani gli sconfitti socialdemocratici e magari pure i Verdi. Di sicuro l’esecutivo che nascerà dovrà barcamenarsi in un mondo e in un’Europa inediti: l’era di Trump promette sorprese a ripetizione, e dietro l’angolo c’è una ’pace’ in Ucraina, manovrata da Usa e Russia, da metabolizzare e da provare ad accompagnare con una precisa e condivisa linea europea. Occorre adoperare quel contesto, e quella che sarà con ogni probabilità la testimonianza più chiara della subalternità dell’Ue alle decisioni di Washington, quali che siano, come un’occasione irripetibile per diventare autonomi.

Tutti affermano che bisogna fare presto per consolidare il processo d’integrazione europea, salvo ripetere i soliti cliché triti e ritriti. Sicuramente sarà importante gettare le basi per un solido cammino comune perché deve necessariamente prendere forma un’idea dell’Europa e delle democrazie continentali del futuro, in vista di un altro appuntamento probante quale sarà nel 2027 l’esito della sfida francese in occasione dell’uscita di scena di Macron, che vedrà Marine Le Pen giocarsi la miglior occasione della sua carriera politica.

Intanto negli USA e nel mondo comanda a suo piacimento Donald Trump, che guarda all’Europa con ostentata antipatia e indifferenza. Scegliere da che parte stare questa volta, se con l’Europa federale o con quella inconcludente intergovernativa, può significare decidere se esistere o no, che non è certo una questione da poco. Forse sarebbe il caso che pure Giorgia Meloni si sentisse obbligata ad esprimersi chiaramente evitando la sua abituale ambiguità, escluso qualche esplicito fuori onda. Fingersi distaccati in politica può essere una buona tattica, ma alla lunga serve una precisa strategia soprattutto in momenti chiave come quello che si apre ora in Europa e nel mondo.

 

Giuseppe Enrico Brivio - segretario della sezione “Ezio Vedovelli” Valtellina-Valchiavenna del Movimento federalista europeo

Guido Monti - responsabile del Comitato provinciale per l’Europa di Sondrio


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