§ 1. Dei cinque sensi la vista è il testimone più sottile. Ma quanto vediamo è ciò che realmente è? No. Sarà capitato a molti di fotografare un fastoso tramonto marino, e al momento di vedere la stampa rimanere delusi: perché quel grandioso sigillo di ceralacca sull’orizzonte si è ridotto a un bollicino? Perché fisicamente è così: il Sole è una stella molto più lontana di quanto ci appare, e già nella sua ascesa e discesa sull’orizzonte, anch’esso molto più esteso della sua parvenza, al pari della Luna lo vediamo mutare di dimensione e lucentezza; la cosa ci sembra ovvia, ma non lo è affatto. Il nostro apparato visivo-cerebrale ricrea il mondo esterno come una calotta contratta e ribassata al cui centro siamo noi. Noi non percepiamo la realtà reale, ma il suo fantasma ottico, rielaborato dal nostro cervello; e dunque l’universo lo vediamo ridotto più a nostra misura, e già questa ci sbalordisce. Non si tratta solo di dimensioni. La materia di per sé non è colorata — moltissimi animali non conoscono la nostra policromia, — in quanto il mondo ci appare dipinto dal pennello della luce grazie ai nostri neuroni. Le stelle non emanano quel luccichio caratteristico, ma è la conformazione fibrosa “a stella” del cristallino che lo provoca. La Luna ha un colore spento e cinereo, ma contrapposta al cielo tenebroso a noi appare di un bianco brillante. Ecc. ecc. Quello che vediamo è un universo umanizzato, cioè virtuale, cioè in parte falso. Letteralmente, noi ricreiamo il mondo a nostra immagine e somiglianza.
§ 2. Noi siamo avvezzi a separare il concetto di spazio da quello di tempo, e a considerare il primo come uno scatolone precostituito, dentro il quale sono collocate delle forme più o meno mobili, dai pianeti alle mosche. Ma noi non abitiamo lo spazio come soprammobili che si possono togliere e lo spazio rimane il medesimo con un vuoto al nostro posto: noi siamo una frazione volumetrica dello spazio (cfr. III, 2). Le forme più o meno mobili con i loro accadimenti ci dànno il senso del movimento e quindi del prima-dopo. È il moto degli astri, scrisse Platone nel Timeo, a generare il Tempo («l’immagine mobile dell’eternità»). E Dante magnificamente lo immagina come un albero che affonda le sue radici nel Primo Mobile e che via via dirama le sue fronde negli altri cieli: «e come il tempo tegna in cotal testo [: vaso] / le sue radici e ne li altri le fronde» (Par. XXVII, 118-20). Oggi si pensa che il tempo e lo spazio siano sfericamente fiottati da una infinitesima cruna primordiale, detta Grande Botto (volgarmente Big Bang), uno del grandi miti scientifici moderni. (Il fatto, più o meno ipotetico, che sia davvero avvenuto così non lo dequalifica come mito, anzi!) Attenzione: chiacchierando tra i banchi del mercato non (con)fondete lo spazio con il tempo, o vi crederanno deficienti.
§ 3. E invece dovremmo parlare inseparabilmente di spazio-tempo perché le distanze spaziali, come si manifestano alla nostra vista, sono anche temporali. Forse la parola unica nella quale potremmo inglobare i concetti di spazio e di tempo è Metamorfosi; ma per comodità continuiamo a usare il composto spazio-tempo. L’universo si mostra a noi come un tutto presente. In realtà le cose che, colpite via via in successione dalla luce, scorgiamo più lontane nello spazio lo sono anche nel tempo: sono più “antiche”. Certo, il confronto fra le misure luci-spaziali e quelle luci-temporali è impari. Una montagna veduta all’orizzonte equivale a un bel numero di chilometri, mentre il tempo di percorrenza della luce da quella al nostro occhio è quantificabile in una frazione infinitesima: in pratica è un presente. Ma propriamente non è così. L’immagine della montagna, che per noi appartiene al tempo medesimo del parapetto a cui siamo appoggiati, è un ricordo visivo della montagna vera (lo sarebbe anche il parapetto e perfino le nostre mani appoggiate). Infatti con la vista noi non conosciamo quest’ultima “così com’è nel tempo in cui siamo”, bensì il suo fantasma ottico di com’era un minimissimo momento fa. Il Sole che sorge o che tramonta è un evento “defunto” già da otto minuti; eppure eccolo là, nel nostro presente. Attraverso tutti i sensi noi non abbiamo un’esperienza immediata e diretta delle cose-cose, ma esperiamo la nostra percezione di esse. Il “mondo in sé” c’è fuori di noi, ma noi lo possiamo conoscere solo virtualmente come il “mondo per noi”. Il pezzo di pirite, che funge da fermacarte su questa scrivania, nella sua realtà reale, che è ben altra cosa della mia rappresentazione di esso, per me rimarrà sempre un mistero. Il presente, così com’è da noi percepito, è un ricordo diffuso e vivente del passato… Non è questo il massimo mistero della realtà?
§ 4. Nel cielo stellato si dispiegano ai nostri occhi eventi avvenuti sia pochi secondi fa sia migliaia o milioni di anni prima, e non in successione, ma tutti contemporaneamente: una schermata (illusiva) dell’eternità. Ammirando il firmamento finalmente in una campagna buia, non assistiamo direttamente alla reale epifania cosmica, bensì a un teatrino manipolato dalla nostra mente, che quella fantasmagoria di spazio-tempo compendia per le nostre limitate possibilità cognitive ed emotive: in fondo ci basta così poco per condurre la nostra esistenza di cacciatori preistorici o di impiegati del catasto. Sì, il firmamento, che tanto ci abbaglia, è il ricordo di un universo che fu; e, a ben pensarci, è la rappresentazione del Tempo fin dal suo inizio, se potessimo acuire la nostra vista fino ai confini estremi dell’universo, là dov’è la prima materia espulsa dal Grande Botto. Moltissime stelle, poi, sono fantasmi luminosi di cadaveri minerali, la cui pirotecnica deflagrazione finale, già avvenuta, lampeggerà solo agli occhi di generazioni future. E considerate: la volta siderale, terrificamente infinita più di quanto appaia a noi, è una proiezione prospettica della nostra semisferica calotta cranica. In un certo senso, noi siamo “lassù” e “lassù” è dentro di noi. E così accade per tutto quanto vediamo nella nostra esistenza abitudinaria: l’Esterno, che di per sé è inconoscibile nella sua realtà extra-umana, è una proiezione filmica del nostro Interno, condìto (anzi, còndito) di ricordi, passioni, libri letti, musica ascoltata, ecc. Noi vediamo della incommensurabile enormità di ciò che non siamo solamente il microscopico quid che siamo.
(Principali testi di riferimento: Vasco Ronchi, La genesi del ‘mondo apparente’, ed. Olschki, 1985. Paola Bressan, Il colore della luna, ed. Laterza, 2007.)
§ 5. CIELO STELLATO
Novilunio di settembre, in aperta campagna.
Guardo il Sole che scende dietro i colli,
e non vedo il tramonto ma il ricordo
del tramonto che vedo, se il barbàglio
estremo lo ha assorbito l’orizzonte
già da otto minuti, e dunque è notte,
ma notte ancora non vedono gli occhi.
La forza che sostenne l’ampio giorno
lascia i convessi argini del mondo,
e il crepuscolo esala dalle erbe,
dagli anfratti, dai campi, dai declivi
dei monti con le cime imporporate,
da sotto terra evaporante, ovunque
sale nebbia di tenebre e ci ruba
prima i cari colori, e poi i contorni,
e i nomi delle cose, ormai ridotte
a degli immemori tizzoni spenti,
come marea melmosa sommergesse
le sponde razionali della mente.
Ecco, nell’universa sospensione
fra il tempo degli atti e il tempo dei sogni,
Espero sgorga, solissima luce.
È quiete ovunque, quiete e solitudine,
più non canta non vola più alcun’ala,
solo sghemba nell’ombre il vipistrello,
e in cielo, che si fa concavo azzurro,
abissalmente azzurro di silenzio,
spuntano come chiodi luminosi,
ad una ad una, qua e là le stelle,
le esperidi irraggiungibili stelle…
Finché sopra la cieca buia crosta
della terra – sollevo i dilatati
occhi di sete − sconfinatamente
sta di gemmei arcipelaghi un oceano:
milioni di lucenti aghi convergono
s’incrunano nell’iride che fissa
la faccia assente dell’Eternità…
L’Eternità, di fronte a occhi mortali.
Ma l’algida gloria della galassia
non è che il drappo funebre disteso
sempre di più sul creato dal Tempo,
che di emblemi fatali lo ricama,
stella prossima a stella eppur lontana,
e la luce di quelle più remote
varca abissi del nulla da millenni
per queste ciglia sfiorare e smarrirsi
per millenni là al nulla degli abissi,
e in quell’istante “guardami” sussurra,
“guardami” da millenni, e ogni brillio
è un’età della cosmica caverna
che trasuda, goccia a goccia ogni notte,
lentissime stalattiti di luce…
Tra quel vivo limio di lumi, quanti
non conterebbe intera avida vita,
come tra sparso argento un falso conio
astri scintillano che più non sono
e la cui luce ossea lascia dietro
di sé deflagrazione tanto immane
che stupirà una notte accorse genti,
e da ere il prodigio è forse estinto.
Ma nulla che si vede è in sé la cosa,
solo una percezione possediamo
che da quella si stacca poco o tanto
se è rugiada o se è stella, eppure sempre
incolmabile cuna d’illusione.
Non penetrano gli occhi il mondo esterno,
un vacuum incolore, più abissale
di quanto appare, ché la mente astringe
lo spazio spalancatosi allo sguardo
per farlo più a sé stessa specchio umano.
Così è dogma alle mani di toccare
solida e vera la mater materia,
e invece anch’esse toccano la mente,
non il piede ma l’orma, e tutto sfugge
dalla sua concretezza e si fa ombra…
Noi vediamo, realmente, non le stelle,
ma quanto con veloci ali la luce
reca a noi di quei mondi, che nell’erebo
sprofondano del nulla inconsolabile…
L’urania emanazione ci consegna
un purissimo enigma che i carnali
prismi piaga di nostalgia infinita,
per cui brillano, anch’essi, di fraterna
alterità alla volta zodiacale:
sopra di me, al suo centro, si dilata
illimitata di costellazioni,
eppure tutta la scrigna il mio cranio
che proietta lassù memori luci,
ma lassù è solo un punto della mente,
ché il vedere e il pensiero della cosa
son la stessa sostanza della cosa,
e io sono dovunque erra il mio sguardo
in cerca di non so che estremo approdo.
Oh stelle, stelle, perdute per sempre…
Ma sarete finché vi brami un uomo,
anche solo fantasmi luccicanti
il cui presente è altrove, inafferrabile,
ché tutto quanto è nei nostri orizzonti
vive visibilmente nel passato,
nel non essere più sta la sua essenza…
Ma io vi guardo, o luci primordiali,
e tutto il Tempo è in me, nel vivo istante
di un battito di ciglia io sono eterno.
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