«Le mie vecchie ferite, adesso? Chiarifi(ci)catrici», puntualizzava e mio nonno, lo posso garantire, non era certo uno che parlasse per refusi o strafalcioni. No, in realtà voleva semplicemente “inculcarmi” o suggerirmi (così la penso) una verità banale e stupenda: che la sofferenza getta luce su ogni cosa e mistero. Perché? «Perché in sostanza», sottolineo io, «è la costante cosmogonica dell’universo, l’anima di tutto. E pertanto qualunque oggetto o agglutinazione di materia altro non è che dolore congelato o, per meglio dire, allo stato solido». Ecco: questo messaggio, questa convinzione dura (che riesce ugualmente a effondere serenità e senso) personalmente la ritrovo anche ne I sogni del mattino, volume di racconti pubblicato a novembre del 2005 dalla casa editrice Ets di Pisa e magistralmente scritto da un’autrice, la professoressa Annalisa Macchia, estremamente abile nel miscelare con sapienza (assai prossima a quella di Buzzati) una triade di elementi a mio parere fondamentali: scioltezza narrativa, ironie struggenti e, in particolar modo, un tocco intensamente lirico, capace d’illustrarci la componente messianica che sempre si nasconde in ciascun dolore (leggi sconfitta) e che, esattamente all’apice dell’angoscia o della fine, splendidamente s’appalesa – immancabile – per donarci il riscatto, l’estasi del pianto e una radiosa rivelazione. Ben lo dimostra Lucia, creatura che, affezionata al bagliore notturno e livido dell’alba, nel buio ripetitivo (estremamente bravo a ottundere e narcotizzare) della solitudine sistematica, scopre il profumo dei gelsomini e la scintilla di una probabile resurrezione; ben lo testimonia Camilla, che per quanto bisognosa di aiuto e dolcezza (vittima com’è del marito che la picchia), trova un guizzo di calore e sollievo esclusivamente nel coraggio soffocante, nella forza lancinante con cui accoglie la drammatica notizia che l’unica salvezza intravista (Francesco, caro e sollecito collega di scuola) è purtroppo un miraggio evanescente e friabile, un uomo da sostenere (nelle scelte omosessuali che ha compiuto) con appagata rassegnazione, con l’“immacolata concezione” che dei rapporti sentimentali certe donne hanno e osano, e in virtù della quale, pur rinunciando a dichiarare il proprio amore e perciò a goderne, non smettono di dispensarlo o dispiegarlo; nella piccola fiaba che apre l’opera, ben lo conferma poi – più cristicamente che mai e a piene mani (perforate?) – il protagonista Useg, il cui nome, se capovolto, diventa Gesù e che, figlio di un pianeta quasi identico alla Terra, è “crocifisso” ad una roccia sacrificale. Non si è voluto uniformare alla natura violenta dei suoi simili (una stirpe sanguinaria di rettili sibilanti, che domina incontrastata su quel mondo) ed allora ha subito la condanna. Ha optato per la diversità (l’amore) ed è quindi un irredento, agli occhi di coloro che atrocemente lo puniscono. Le pietre innumerevoli che taglienti e aguzze gli hanno conficcato nel corpo e nelle carni squamose, sono mille ferite al costato che gli procurano ed “ingiungono” la morte. Ma è precisamente nell’istante medesimo in cui perderà la vita, che l’irredento redimerà (se non la razza da cui è nato, se stesso almeno, dato che l’ultimo respiro gli annuncerà, come un arcangelo custode, la bellezza ecumenica – ossia ambivalente: dolorosa e gioiosa insieme – del cosmo intero).
Una bellezza che nel libro è riecheggiata di continuo dall’incantevole paesaggio toscano (oltre che dalle architetture affascinanti di Firenze) e che, fra le diciannove complessive, le novelle maggiormente autobiografiche della raccolta (spesso vicine – con l’afflato, lo zelo e la premurosità dell’ansia – alle atmosfere del quotidiano) promuovono a simbolo costante di una società in perenne espansione: la nostra, quella italiana, che inarrestabile assorbe ed ingloba, assorbe ed ingloba, sino ad assumere dimensioni multietniche che vincolano in primo luogo i giovani, specialmente se immigrati, agli squilibri di un futuro eccessivamente lontano dal passato. Però è una distanza accentuata, questa, una lacerazione grave, destinata forse a risanarsi anch’essa – o nel peggiore dei casi a trasfigurarsi – per intercessione generosa del dolore e delle sue inevitabili taumaturgie.
Pietro Pancamo