News di TellusFolio http://www.tellusfolio.it Giornale web della vatellina it Copyright: RETESI “Il Suono di Liszt a Villa d’Este”| Inaugurata nelle due sedi di Genzano e Velletri (Roma) la XIII edizione della prestigiosa rassegna concertistica organizzata dall’Ass. Cult. Colle Ionci “Con l’antico riscopriamo anche il moderno” Lo scorso sabato 8 Febbraio 2025 nel pomeriggio, con il bellissimo concerto, raffinato e ricercato, della liutista Evangelina Mascardi, si è inaugurata anche nella sede di Genzano – nella suggestiva Sala delle Armi del Palazzo Sforza-Cesarini – la XIII Edizione della rassegna concertistica Il Suono di Liszt a Villa d’Este organizzata dall’Associazione culturale Colle Ionci che si svolge attualmente nelle due sedi di Genzano e Velletri ma ha voluto mantenere per tradizione il nome con cui era nata ben 14 anni fa, proprio nella Villa d’Este di Tivoli, per il bicentenario della nascita di Franz Liszt. Il concerto ha visto dunque una valentissima Evangelina Mascardi – liutista docente presso il Conservatorio S. Cecilia di Roma e che si è conquistata una notevole fama internazionale anche con la recente incisione di tutte le composizioni originali per liuto di J. S. Bach – prodursi in una selezione di composizioni di Sylvius Leopold Weiss, musicista contemporaneo di Bach e forse il più grande liutista non soltanto della sua epoca. Di Weiss la Mascardi sta appunto intraprendendo l’incisione di molte sue opere e in quest’occasione ha proposto una Fantasia e Rondò, una Suite in Do maggiore, il Tombeau sur la mort du Mr. Logy (grande liutista e maestro di Weiss) e infine Preludio, Fuga e Ciaccona. La concertista incantava il numeroso pubblico oltre che col suono, con la vista delle mani che si muovevano agili e sicure sulle ben 24 corde – 11 doppie (dette “cori”) e 2 singole, come veniva spiegato dal presentatore – dello strumento, una magnifica copia di un liuto del ‘700. Ai lunghissimi e ripetuti applausi di una sala piena, alla fine del concerto, Evangelina Mascardi concedeva un delicato e graditissimo bis: una trascrizione per liuto della celebre Aria della Suite n.3 di Bach, comunemente chiamata Aria sulla quarta corda. Il concerto terminava quindi in bellezza e con un arrivederci a domenica 16 Febbraio alle 17:30 nella stessa sala di Genzano, ma prima ancora, sempre domenica 16 Febbraio alle 11:15 di mattina, nel bell’Auditorium “Romina Trenta” della Casa delle Culture e della Musica di Velletri, con il concerto inaugurale della parte più tradizionale della Rassegna: “concerti matinée” col pianoforte Erard come quello che aveva Liszt nella Villa d’Este. Veniva annunciato anche l’interessante programma, con un Concerto Brandeburghese di Bach e poi il pezzo forte: il Concerto per pianoforte e orchestra K595 di Mozart, l’ultimo dei suoi Concerti, terminato appena pochi mesi prima della sua assai prematura scomparsa; infine un brano, sempre per piano e orchestra, in prima esecuzione assoluta, composto dallo stesso direttore dell’orchestra: un pezzo modernissimo, per rispettare il tema di questa XIII edizione: “Con l’antico riscopriamo anche il moderno”, che intende quindi far ascoltare l’effetto di suonare pezzi moderni sullo strumento antico. (G.T.) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=83&cmd=v&id=25029 Gianfranco Cercone. “The brutalist” di Brady Corbet Forse il realismo è una questione di equilibrio. Una rappresentazione della realtà ci apparirà realistica se riuscirà a bilanciare luci e ombre, virtù e vizi, la tendenza al bene e la tendenza al male. Se i termini positivi saranno eccessivamente preponderanti, quella rappresentazione della realtà risulterà probabilmente edulcorata; se i termini negativi saranno maggioritari o esclusivi, potrà apparire caricaturale o esasperata (il che, però, beninteso, da un punto di vista artistico non è sempre un difetto). Tale premessa vale solo per dire che il film americano The brutalist di Brady Corbet, mantiene per buona parte della sua lunga durata (circa tre ore e mezzo) un equilibrio realistico. Ma poi opta per tinte forti, esasperatamente crudeli o melodrammatiche, che contrastano con i toni precedenti, danno un senso di inverosimiglianza, e possono far rimpiangere la finezza di cui il racconto aveva dato prova fino a quel momento. The brutalist racconta il drammatico rapporto fra un architetto ebreo ungherese, fuggito da un campo di concentramento nazista ed emigrato negli Stati Uniti, e una famiglia di magnati americani che decide di commissionargli dei progetti: prima una libreria in una residenza di campagna, poi un’opera più ambiziosa, una costruzione che sia allo stesso tempo una biblioteca, una sala da riunioni e una chiesa. Quel rapporto è drammatico perché, se il capo di quella famiglia di magnati nutre una vera ammirazione per il talento artistico dell’architetto, si sente anche umiliato dalla propria inferiorità rispetto a lui, e per rivalsa gli fa pesare il proprio potere e la propria ricchezza. Da parte sua, l’architetto è grato per la fiducia che gli viene accordata, comprende bene che quelle insperate commissioni sono una svolta nella sua carriera, che l’alternativa è forse una vita di povertà e di stenti, che la sua condizione di perseguitato non gli permette di respingere chi comunque gli dimostra benevolenza ed è dunque disposto a sopportare un certo grado di umiliazione. Ma poi insorge in lui l’orgoglio, l’esigenza di mantenere salda la propria dignità, e anche lui per rivalsa sfoga la sua rabbia anche sui suoi collaboratori più cari. Lo stile architettonico che lui adotta, il brutalismo appunto, che impiega nudi blocchi grigiastri di cemento o di marmo, sembra alludere nel suo caso a una condizione umana desolata, in cui la sopraffazione imperversa ovunque, nei campi di concentramento nazisti, ma anche, in forme diverse, nei rapporti di lavoro in società democratiche. Questa idea di fondo è più convincente quando è suggerita da una drammaturgia sottile, che orchestra quell’ambivalenza di sentimenti reciproci tra l’artista e il suo mentore, a cui ho accennato. Quando il racconto sfocia in violenze più esplicite ed efferate, dirette all’architetto ma che lambiscono anche sua moglie e sua figlia, si ha l’impressione di una forzatura ideologica, che l’esigenza di dimostrare una tesi abbia preso la mano all’autore. Si tratta comunque nel complesso di un bel film sostenuto da notevolissime interpretazioni: come quella di Guy Pearce nel ruolo del magnate, o quella di Adrien Brody nel ruolo dell’architetto, imperniata quest’ultima intorno al sentimento di una violazione intima subita dal personaggio, nei lager nazisti, ma destinata a riprodursi come una maledizione per tutto il corso della sua vita, nonostante i suoi successi. Gianfranco Cercone (Trascrizione della puntata di “Cinema e cinema” trasmessa da Radio Radicale il 22 febbraio 2025 »» QUI la scheda audio) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=85&cmd=v&id=25026 Annagloria Del Piano. “No other Land – Nessun’altra Terra”|Il film israelo-palestinese che racconta la vita in un villaggio della Cisgiordania occuopata Vedere questo film è letteralmente essere condotti all’interno del villaggio palestinese di Masafer Yatta e delle vite dei suoi abitanti. Due giovani, Basel Adra, palestinese, e Yuval Abraham, israeliano attivista per i diritti umani, per oltre cinque anni riprendono ogni scena con la telecamera domestica del primo, sfidando i divieti e le prevaricazioni di soldati e coloni israeliani. E lo spettatore, grazie alla ripresa diretta, è lì con loro. Un docufilm, dunque, che non può evitare di dare un colpo allo stomaco anche a noi che assistiamo dalle poltrone di un cinema alle quotidiane angherie di un esercito armato e impunito che aggredisce, penetra anche nottetempo nelle abitazioni dei palestinesi e le distrugge in un attimo, sbriciolandole e mandando in fumo ogni cosa, suppellettili e animali compresi. Il tutto, appellandosi alla Legge, la legge dei coloni!, viene risposto loro da chi alza la voce, come unica arma di difesa possibile. Impressiona vedere coi nostri occhi la protervia, la crudeltà dei soldati, dei coloni, che non si fermano davanti a nulla, nessuna accorata richiesta li scalfisce, nessuna umanità. C’è una donna che sta male, lasciateci l’auto per portarla dal medico, sentiamo dire, ma non serve, la macchina viene confiscata. Un ragazzo trattiene un generatore di corrente, indispensabile… lui ha peggior destino: un soldato gli spara ferendolo gravemente. Doha è una piccola bambina bellissima e dai capelli biondi; osserva tutto, attonita, per poi stringersi alla madre. Ecco, anche questo: tutto avviene davanti agli occhi dei bambini, il trauma di questi crimini li accompagnerà a vita. Basel riprende con coraggio e attenzione; è da quando è bambino che lo fa. Il padre, i genitori, sono attivisti. La sua famiglia ha sempre accolto persone che lottassero per la pace, per i diritti. Questo padre, come tutti i palestinesi fin da giovanissimi, ha conosciuto l’esperienza del carcere (anche in queste riprese sarà oggetto di un arresto), ma non lo vediamo mai senza un sorriso sul viso, senza una parola amorevole per il suo villaggio, la sua Terra, i suoi figli… ai quali dice: «Non abbiate paura di loro. Noi abbiamo un superpotere, nessuno ci potrà scacciare!». «Mi spaventa finire come lui», confida Basel a un certo punto del docufilm a Yuval. «Non ho la sua energia. È difficile… a volte mi sento sopraffatto». Nel villaggio di Masafer Yatta, come avviene in infiniti altri villaggi in Cisgiordania, è tutto un abbattere e ricostruire. Sì, perché l’esercito israeliano rivendica il terreno come zona di addestramento militare (salvo poi costruirci sopra i settlements) e accusa gli abitanti, che sono lì dal 1830 di aver costruito illegalmente. Masafer Yatta è su tutte le mappe, ma gli Israeliani dicono che non esistiamo. La madre di Basel può dire con soddisfazione di essere lei l’artefice del miglior stratagemma che per un po’ ha permesso agli abitanti di riavere un tetto sulle loro teste: l’idea di far costruire le piccole abitazioni (perché di questo si parla: un perimetro di mattoni, una tenda con un bagno a fianco/ qualche mattone ad alzare qualche muro a ridosso delle grotte, che caratterizzano quel luogo) dalle donne e dalle ragazze, di giorno - che vengono a volte tollerate un po’ di più dai soldati - e di notte dagli uomini e dai giovani. Per poi resistere ancora un poco, fino alla successiva incursione armata. I due giovani registi hanno ben chiaro che queste loro riprese, condotte per lunghi mesi a coprire anni interi, devono raggiungere il maggior numero di persone: su Instagram, in qualche programma della televisione israeliana… E ci riescono. Li vediamo complimentarsi per gli accessi, per i like. Vediamo Yuval alle prese in dibattiti con coloni ortodossi che lo insultano, sostenendo il loro diritto messianico di proprietà di tutta quei Territori. È difficile, infatti, la sua posizione, delle volte anche nel villaggio dove viene percepito come amico di Basel, come attivista, contrario sì all’agito del suo Paese, tuttavia appartenendovi, e perciò lo vediamo impegnato a volte in discussioni politiche più o meno accese con chi gli contesta che un suo fratello, un suo parente, potrebbe un giorno essere fra le fila di coloro che colpiscono, che arrestano, umiliano, uccidono… No other Land è un film potente, anche nel suo parlare delle relazioni. Basel e Yuval stringono un’amicizia forte e indissolubile, pur nella divisione di un mondo che li vuole separati per la loro stessa essenza. In un intenso dialogo Yuval incoraggia l’amico palestinese: – Sei laureato in legge, è una grande cosa! – Tu dici? Con quella laurea io comunque posso pensare solo di trovar lavoro in Israele, ma a fare l’operaio, il muratore… Io non ho il permesso di lasciare questo posto. Tu puoi viaggiare, spostarti, tu ogni sera se lo vuoi puoi tornare a casa… L’autenticità di questo docufilm è sottolineata però anche da momenti di gioiosa positività, nonostante tutto: vediamo qualche scena con Elias, il piccolino del villaggio, intimorito da Yuval, ma incuriosito, mentre il nonno lo spinge a condividere i datteri con l’ospite, oppure ci colpisce la battuta dolce-amara della madre di Basel che dice al figlio, che ricercato dai soldati è stato via tutta la notte nascosto e ora tenta di dormire un po’, ti lavo i vestiti così se ti arrestano avrai la borsa pronta. Non c’è ombra di resistenza armata, in questo girato, al villaggio di Masafer Yatta. C’è la forza dell’amore per la propria Terra, la decisione continua e reiterata dopo ogni assalto di resistere, la consapevolezza che una goccia è poca cosa, ma goccia dopo goccia produrremo il cambiamento, come afferma Basel in una scena. Come quando, all’indomani della distruzione dell’unica scuola elementare del villaggio, Tony Blair andò a far visita a quei palestinesi che già si erano rimboccati le maniche e lottavano per ricostruirla: la mansuetudine opposta alla violenza. E questa storia di potere, come definita dai registi, riportandola, ebbe come risultato la cancellazione della demolizione di scuole, almeno per un bel po’ di tempo. Il tutto, con sette minuti di visita di un Capo di Stato sul posto… Cambiare lo stato delle cose si potrebbe. Basel e Yuval ne sono convinti. E con loro, Rachel Szor e Hamdan Ballal; insieme hanno costituito il collettivo che ha saputo creare questo documentario autoprodotto. Un’opera di grande importanza sociale, “fatta in casa”, ma con una tale forza da arrivare a essere candidata agli Oscar per il miglior film straniero e a vincere tantissimi Premi cinematografici importanti. Occorre che il mondo comprenda come fare la differenza. Non solo commuovendosi per un attimo dopo un video, ma con l’impegno, ci ricordano nel finale. E Basel, in un’intervista aggiunge: «Molti degli spettatori in tutto il mondo non sono poi così lontani da questa realtà, come potrebbero pensare. Anche loro hanno una parte di responsabilità. Senza il supporto dei loro governi, la copertura diplomatica e l’aiuto economico e militare incondizionato, Israele non avrebbe potuto sistematicamente farsi beffe del diritto!». Possiamo quindi imparare da questo popolo che ci dice: Sapete perché Masafer Yatta esiste ancora? Perché ci aggrappiamo alla Vita! Annagloria Del Piano NO OTHER LAND, grazie alla partecipazione numerosissima di pubblico (tutto esaurito!) e alla sua grande valenza sociale verrà riproposto al Cinema Excelsior di Sondrio giovedì prossimo, 27 febbraio. Si ringraziano l’Associazione Assopace Palestina, promotrice dell’evento, e le associazioni aderenti: Amnesty International Morbegno e GIT Banca Etica. ULTIME NEWS: Il 25 gennaio scorso un gruppo di coloni mascherati hanno attaccato il villaggio di Tuba, sull’altopiano di Masafer Yatta, incendiando l’unica jeep che porta i bambini a scuola e le persone malate a ricevere soccorso, hanno rotto finestre, saccheggiato e distrutto il mangime necessario per un mese, per gli animali allevati dalle dodici famiglie del villaggio. Il tutto per 34.000 euro di danni. Hanno inoltre ferito una bambina del paese… Chiunque voglia aderire all’iniziativa di raccolta fondi solidale promossa da Assopace Palestina può fare una donazione tramite queste coordinate: BPER BANCA Iban: IT93M0538774610000035162686 Causale: Raccolta solidale per Tuba. Per info: progetti.assopace@gmail.com http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=85&cmd=v&id=25025 Bellezza Orsini. La costruzione di una strega|di Alberto Figliolia Si chiamava Bellezza. Bellezza Orsini, figlia di Pietro Angelo e al servizio della famiglia Orsini, feudataria di Monterotondo in Lazio. Gli atti di un processo del 1528, celebrato a Fiano Romano, dicono che fosse una strega. Sottoposta a tortura per dodici volte – la terribile corda, che slogava e distruggeva articolazioni e muscoli, ma con ogni probabilità non solo questo strumento di afflizione – confessò quello che non era: una strega intrattenutasi anche in rapporti carnali con il diavolo intorno al famigerato noce di Benevento. Sapeva leggere Bellezza e scrivere, fatto non scontato per una donna e per i tempi che correvano, tanto da lasciare una breve testimonianza di suo pugno, stilata nel proprio dialetto e inserita e ampliata in una più ampia relazione ufficiale di quaranta pagine. Sapiente conoscitrice di erbe e guaritrice, soprattutto curiosa dei segreti naturali e innamorata della conoscenza: per migliorare certo le proprie condizioni materiali, ma anche per un sincero moto intellettivo e dell’anima. Ragione, cognizioni scientifiche seppur con un quid di empirismo e desiderio d’indipendenza contro arbitrio, ignoranza, superstizione e l’oscurità del potere religioso-secolare nella sua peggior accezione. È rivissuta questa emblematica, tragica, vicenda, con il suo afflato e con il martirio concluso da un suicidio tramite chiodo in gola (sottraendosi in tal modo al rogo e, paradossalmente, salvando anche il proprio scritto autografo), sul palcoscenico del Teatro Gerolamo. Sabato 25 e domenica 26 gennaio è andata in scena Bellezza Orsini. La costruzione di una strega (produzione Centro Teatrale Artigiano) con l’interpretazione più che intensa, una immedesimazione magistrale da parte di Maria Cristina Gionta. 70’ (senza intervallo) che inchiodano con la tensione delle parole e degli eventi, commuovendo e sconvolgendo. Il testo di Michele De Sivo è assolutamente rispettoso dal punto di vista filologico immergendoci in un flusso linguistico affascinante e consentendo di ricostruire quella temperie culturale ed esistenziale, nonché storica (il Sacco di Roma dei Lanzichenecchi di Carlo V era ancora lì, a gravare), la drammaturgia e la regia di Silvio Giordani risultando altrettanto perfette. Completano il cast i brevissimi Luca Negroni ed Emiliano Ottaviani, quest’ultimo esecutore dal vivo anche delle suggestive musiche. Il Teatro Gerolamo è una meravigliosa architettura, una sorta di Piccola Scala, dalla ricca e straordinaria programmazione. Fra i prossimi spettacoli Capinera, venerdì 31 gennaio, ispirato al romanzo di Giovanni Verga, di e con Rosy Bonfiglio e musiche di Angelo Vitaliano, e un concerto di musica barocca, sabato 1° febbraio, con l’ensemble laBarocca (dirige il Maestro Ruben Jais). E, a seguire, uno spettacolo sulla Duse, le marionette dei Colla, il Circoteatro, Charlie Parker, un lavoro su Luigi Tenco, Achille Campanile, un concerto di mandolini e pièces varie. Un tempio della cultura che diverte, appaga e forma. Teatro Gerolamo, Piazza Cesare Beccaria 8 (M1 Duomo), Milano. Info e prenotazioni: uffici tel. 0236590120/122 (da lun a ven 10-18,30), biglietteria tel. 0245388221 (nei giorni di spettacolo a partire da 4 ore prima), WhatsApp 3456990726, e-mail info@teatrogerolamo.it, sito Internet www.teatrogerolamo.it. http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=83&cmd=v&id=25009 Gianfranco Cercone. “Here” di Robert Zemeckis Capita, assistendo a certi film, di intuire che c’è un nesso, un significato sotterraneo, che collega tra loro gli episodi che ci vengono raccontati, ma poi quel nesso ci sfugge, perché non è presentato in una forma esplicita, come abitualmente avviene nei film, almeno nei più popolari. Una sensazione simile può accompagnare gran parte della visione dell’ultimo film di Robert Zemeckis, Here, tratto da un romanzo a fumetti di Richard McGuire. Il luogo a cui sembra alludere il titolo, è la stanza di un appartamento, nella quale il racconto si svolge quasi per intero. Ma quella stanza via via si riempie di arredamenti diversi, a seconda dei personaggi che la abitano e delle epoche in cui sono collocati. E se a volte il racconto sembra trasferirsi in un esterno, è soltanto perché risale ai tempi in cui la casa, cui quella stanza appartiene, non era ancora stata costruita, e il suo spazio era ancora un ambiente naturale, perfino preistorico. Va anche detto che il racconto non segue un percorso cronologico, ma interseca liberamente i suoi episodi, senza che tuttavia ci dia l’impressione di procedere a casaccio. C’è un momento in cui ci può sembrare di cogliere la sua logica segreta. Quella stanza è sempre vista da una stessa angolazione, di lato e a una tale distanza per cui con un colpo d’occhio la si può abbracciare per intero: grosso modo come se ci trovassimo in un teatro, seduti in una poltrona delle prime file, davanti a un palcoscenico. In tale inquadratura risalta un particolare architettonico: le finestre del balcone coperto in fondo al salotto, dalle quali si può osservare, in lontananza, un incantevole paesaggio, innevato d’inverno o soleggiato in primavera. M a ciò che più importa è che l’intelaiatura di quelle finestre dà l’impressione di una gabbia che separa da quel paesaggio i personaggi della storia. Ecco allora che nelle varie descrizioni di vite matrimoniali e familiari che si succedono sullo schermo - e che hanno spesso un tono indulgente, umoristico, magari con punte di umorismo nero - spicca il tema della costrizione. Ci sono prima di tutto le costrizioni economiche, quelle per cui un padre di famiglia deve rinunciare alle proprie aspirazioni, ai sogni giovanili, per trovarsi un mestiere con cui provvedere alla moglie e ai figli; o per cui una giovane coppia di sposi non può comprarsi una casa nuova tutta per sé, e deve adattarsi a convivere per anni con i suoceri. E poi le costrizioni culturali, per cui una donna, una volta sposata, doveva abbandonare o limitare le proprie ambizioni professionali. E altre costrizioni sociali, quelle per esempio dovute al razzismo: uno dei brani più impressionanti del film riferisce la lunga ammonizione di un padre nero al figlio, che adesso guida un’automobile, in cui gli prescrive i singoli gesti che deve compiere se viene fermato a un posto di blocco, per evitare che un poliziotto gli spari. A fronte di tali episodi, le immagini di un tempo degli amori di una coppia di Indiani all’aria aperta esprimono forse l’aspirazione a una vita più naturale, libera dai tanti disagi, o dai mali, della civilizzazione americana. Se tuttavia nel film non prevale la rabbia della contestazione è perché, nonostante tutto, l’amore familiare, in particolare tra moglie e marito, attutisce alla fine ogni conflitto. E un cambio conclusivo dell’angolazione dell’inquadratura mostra che dopo tutto le sbarre di quella prigione domestica sono soltanto la struttura di un delizioso bovindo, ora visto dall’esterno. Se il sentimentalismo è il suo limite, il film resta comunque notevole per la qualità impeccabile della messa in scena, cui contribuiscono in modo determinante la scenografia e i costumi, e per la precisione dell’intepretazione, coadiuvata dall’intelligenza artificiale che ringiovanisce gli attori; e per il modo fine, discreto, con cui il significato del racconto (o almeno uno dei significati possibili) è suggerito allo spettatore. Gianfranco Cercone (Trascrizione della puntata di “Cinema e cinema” trasmessa da Radio Radicale il 18 gennaio 2025 »» QUI la scheda audio) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=85&cmd=v&id=25003 Alberto Figliolia. “Ricordati il bonsai” dei Legnanesi Non tradiscono mai. I Legnanesi sono una garanzia assoluta: di comicità ricca e spontanea, dove felicemente convivono organizzazione, professionalità e capacità, sempre sorprendente, di improvvisazione. Tradizione e talento per il massimo divertimento della platea. Il loro ultimo spettacolo – Ricordati il bonsai – sarà in scena sino al 16 febbraio 2025 al Teatro Repower di Assago. Ancora una volta il fantastico trio della Teresa (Antonio Provasio), del Giovanni (Italo Giglioli) e della Mabilia (Enrico Dalceri), con tutto il contorno del cortile, deliziano il pubblico con un fuoco di fila di gag e trovate, nel loro meraviglioso pastiche linguistico che porteranno dalla Lombardia sino al… Giappone. Il Giappone ha una storia millenaria, ma al contempo è all'avanguardia nella tecnologia e nella cultura contemporanea – spiega Mitia Del Brocco, autrice dei testi. – Per me I Legnanesi rappresentano proprio questo dualismo: la famiglia Colombo incarna la tradizione popolare, ma con una modernità che li rende sempre attuali e riconoscibili anche nel mondo di oggi. Il motivo della partenza dell’allegra famigliola lombarda è un’eredità da riscuotere dopo avere accudito un ricco signore del Paese del Sol Levante. Un “pretesto” per scatenare il fantastico benevolo sabba di gag, l’inarrestabile costellazione di battute, la ridda di situazioni comiche, che accompagnano gli spettatori in un panorama di piacevolissimo e catartico godimento. “La scelta del Giappone è quindi una metafora: un viaggio tra opposti che si completano, in cui vecchio e nuovo trovano armonia e ironia”. Il risultato, come detto, è esilarante – eccellente, oltre a quella dei tre big ça va sans dire, la prestazione attoriale degli interpreti “nipponici” – ed è davvero difficile non sganasciarsi per tutta la durata della commedia (con i consueti frizzanti intermezzi musicali da rivista). “Ce la faranno i nostri eroi a rimanere a vivere in una terra così distante e diversa dalla loro o alla fine l’amore per le proprie origini e tradizioni li riporterà a casa?” La regia di Antonio Provasio e le musiche di Enrico Dalceri, artefice anche dei costumi e delle scenografie, assecondano il riuscito testo di Mitia Del Brocco. Splendidi animali da palcoscenico sono I Legnanesi, stupefacenti interpreti del teatro en travesti, perpetuando una storia partita oltre tre quarti di secolo fa (fondatori, nel 1949, Felice Musazzi e Tony Barlocco), un fenomeno capace di valicare gli stessi confini nazionali. Dopo Assago, infatti, la compagnia sarà attesa in una tournée in tutta Italia che la porterà ad accumulare ben 150 date, che consentirà, presumibilmente, di superare la cifra di oltre 160.000 spettatori (l’anno scorso fra i tre più visti in Italia) accorsi nella precedente stagione (sito web: https://ilegnanesi.it; Facebook: I Legnanesi; pagina ufficiale Instagram: @i_legnanesi_official). Concludiamo, poiché davvero ne vale la pena, citando la motivazione con cui il Comune di Milano ha premiato I Legnanesi con l’Ambrogino d’Oro, massima onorificenza cittadina: «Nella stagione 2024/2025 la Compagnia celebrerà 75 anni di carriera, un percorso costellato di prestigiosi riconoscimenti. Tra i più significativi, nel 2008 il Comune di Milano conferisce loro l’AMBROGINO D’ORO, sottolineando l’importanza della diffusione del patrimonio culturale e locale e il loro impegno nel proporre il teatro comico popolare con rigore scenico e filologico. Queste le parole con cui il Comune di Milano ha accompagnato l’onorevole riconoscimento: “Una delle più attrezzate compagnie teatrali italiane, che dal 1949 porta in scena con impareggiabile ironia le evoluzioni sociali e del costume della nostra regione. Attraverso l’uso scenico del dialetto lombardo occidentale ha contribuito alla diffusione di un patrimonio culturale unico, che fonda l’identità di una parte cospicua del nostro territorio. In sessant’anni di teatro la compagnia ha proposto il teatro comico popolare lombardo, nel Paese e nel mondo, con assoluto rigore scenico e filologico. Sono oggi una parte viva dell’identità culturale lombarda: la loro passione fa onore ad una idea di cultura diffusa e coinvolgente, ed è premiata da un successo che non conosce interruzioni”». Tutto vero e sacrosanto. I Legnanesi… unici, impagabili! Alberto Figliolia Ricordati il bonsai, Teatro Repower, via G. Di Vittorio 6, Assago (M2 linea verde-fermata Milanofiori Forum). Fino al 16 febbraio 2025. Orari: da mercoledì a sabato 20:30; domenica 15:30. Biglietti: da 28 € a 59 € in tutti i punti vendita TicketOne, on line su www.ticketone.it e telefonicamente al numero unico nazionale 892.101 (numero a pagamento). Info: e-mail ufficiogruppi@teatrorepower.com (per gruppi), tel. 02 48857.333 e 02 48857.7516, siti Internet www.teatrorepower.com e ilegnanesi.it. I protagonisti «Teresa: capofamiglia indiscussa, è la tipica donna di cortile, dal carattere forte e dominante. A tratti un po' bisbetica e severa, ha però un cuore grande e generoso, sempre pronta ad aiutare le donne del suo cortile. Alle prese con un marito “avvinazzato e pigro” e una figlia “zitella e sognatrice”, Teresa è una donna che, nonostante le difficoltà, riesce sempre e comunque a tenere la famiglia unita e sulla retta via». «Mabilia: figlia zitella di Teresa, incarna il cliché di un certo mondo femminile di provincia, dove l’apparenza è tutto. È una ragazza che sogna di emergere e diventare una soubrette, sempre al di sopra delle sue possibilità, ma incapace di staccarsi da mamma e papà. Mabilia, con la sua vanità e i suoi sogni di gloria, è un personaggio esilarante che strizza l’occhio al pubblico più giovane, rappresentando l’eterna lotta tra aspirazioni e realtà». «Giovanni: unico uomo del cortile, è costantemente ignorato e poco considerato sia dalla moglie che dalla figlia. La sua vita si divide tra casa, lavoro e osteria. Di poche parole, Giovanni è un personaggio inconfondibile, con il naso perennemente rosso e una camminata incerta, tipica di chi alza un po’ troppo il gomito. Con la sua semplicità e la sua ironia sottile, Giovanni è il simbolo dell’uomo comune, pacato e senza pretese». http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=83&cmd=v&id=25000 Gianfranco Cercone. “La stanza accanto” di Pedro Almodóvar C’è un cinema che vorrebbe mostrarci la vita così com’è, anche in tutte le sue negatività; e un cinema che preferisce raccontare la vita come si vorrebbe che fosse, come piace sognarla. L’ultimo film di Almodóvar, La stanza accanto, mi sembra una singolare commistione fra questi due tipi di cinema. Le sue immagini sempre molto colorate, le sue visioni di una Manhattan più bella del vero e che sembrano filtrate dal ricordo di altri film, le sue eroine quasi statuarie, che riescono a essere moralmente forti e positive anche a fronte delle circostanze più tragiche, sono elementi che sembrerebbero appartenere a un cinema che tende a idealizzare la realtà. Eppure il tema che affronta nel suo film è di quelli che dovrebbero essere esclusi da un cinema di evasione: la malattia mortale, un tumore che resiste ai tentativi di cura più sperimentali. È vero che c’è un cinema melodrammatico che utilizza la malattia come un termine antagonistico all’amore, che cioè ostacola l’amore, lo conclude prematuramente. Ma la malattia serve allora in effetti a idealizzare l’amore, a preservarlo dall’usura della vita quotidiana, a conservarlo come un ricordo soltanto dolce, incontaminato, per cui lo spettatore può facilmente commuoversi. Ma nel film di Almodóvar tutto questo non avviene. Nella vita della donna destinata a morire, l’amore sembra già appartenere al passato. Ciò che le resta è una maternità problematica e l’amicizia con un’altra donna. Quell’amicizia non è durata tutta la vita. Le due donne si erano perse a lungo di vista e si sono ritrovate in ospedale in occasione di quella malattia. Si tratta dunque di un rapporto precario, inadatto a costruire un melodramma. La morte non serve qui insomma a enfatizzare il sentimento che unisce le due donne. Nel film il vero oggetto dell’idealizzazione, piuttosto che l’amore o l’amicizia, sarà allora la morte stessa. Almodóvar avrebbe insomma inteso raccontare quale sarebbe il modo ideale per morire dopo aver ricevuto la diagnosi di una malattia mortale che si dimostra incurabile. Di qui allora la particolare scelta del luogo in cui morire: una splendida casa immersa in un bosco; le occupazioni scelte prima della morte, come rivedere in compagnia i film più amati della storia del cinema, conversare di arte, acquistare qualche buon libro. Ma soprattutto: sottrarsi a cure che si sono dimostrate inutili e, si dice, simili a torture, e scegliere il suicidio attraverso una pillola che consente una morte indolore, quando e dove si preferisce. È allora che la descrizione di questa descrizione di una morte idealizzata rivela un aspetto polemico ed evidentemente politico. Quella pillola è stata acquistata clandestinamente su Internet, perché è illegale; la complicità dell’amica, che in effetti non deve somministrargliela, ma soltanto tenerle compagnia, dormire nella stanza accanto alla sua, può essere criminalizzata; un poliziotto, fervente cattolico, cercherà di inquisirla, di inchiodarla alla sua colpa presunta. Così ciò che nel racconto era apparso simile a un sogno, alla fine è rivendicato come un diritto individuale. La stanza accanto è un film politicamente impegnato, senza che l’autore rinunci mai, in nome dell’impegno, al suo stile del tutto originale, alla sua personale idea di cinema. Julianne Moore e Tilda Swinton sono le due magnifiche interpreti principali del film. Senz’altro da vedere. Gianfranco Cercone (Trascrizione della puntata di “Cinema e cinema” trasmessa da Radio Radicale il 14 dicembre 2024 »» QUI la scheda audio) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=85&cmd=v&id=24986 Gianfranco Cercone. “Giurato numero 2” di Clint Eastwood Alcuni film possono suscitare la nostra simpatia perché illustrano con una chiarezza quasi didattica alcuni principi in cui crediamo e che ci interessa che siano divulgati. Uno di questi principi, almeno per quanto mi riguarda, è che nel giudizio sugli altri non dovremmo mai lasciarci trascinare dai pregiudizi consci o inconsci che nutriamo, specie poi se quel giudizio è una condanna. Una debolezza tanto più grave se si verifica nel luogo istitutizionale di quel giudizio, nell’aula di un tribunale. L’ultimo film di Clint Eastwood - che, a quanto pare, sarà proprio l’ultimo della sua ormai lunga filmografia di regista, che riprende lo spunto di un classico del cinema americano, La parola ai giurati di Sydney Lumet - si svolge in buona parte nella stanza di un tribunale in cui si riunisce la giuria popolare al termine di un processo. L’imputato è un uomo accusato di aver ucciso la fidanzata dopo un litigio. L’uomo ha fama di delinquente, alcuni maltrattamenti nei confronti della ragazza sono certamente avvenuti, il suo aspetto torvo non depone a suo favore, la violenza contro le donne è oggi percepita, come è giusto, particolarmente odiosa. Questo complesso di fattori indurrebbe la giuria, almeno la sua stragrande maggioranza, a concludere in fretta la discussione, a pronunciarsi senz’altro per un verdetto di colpevolezza, malgrado le prove contro l’imputato siano tutt’altro che decisive. Sarà uno dei giurati - appunto, il “giurato numero 2” del titolo - un giovane padre, di evidente bellezza, che sembra quasi incarnare l’ideale della giustizia, esprimere già con il suo aspetto fisico la purezza del giudizio, che avanzerà dei dubbi su quella generale e sbrigativa convinzione, evidenziando allo stesso tempo i pregiudizi, i partiti presi di quei giurati meno disposti a cambiare opinione, o i presupposti sbagliati della loro convinzione: quella per esempio per cui dovrebbe essere l’imputato a provare la propria innocenza, e non l’accusa a provare la sua colpevolezza. Ma a questa parabola didattica sul corretto giudizio e sul giusto processo, si intreccia, per tutta la durata del racconto, un secondo filo narrativo, su un tema questa volta introspettivo, ma condotto con la stessa chiarezza del primo. Quel giurato dall’aspetto quasi angelico, nasconde in sé un demone. Sospetta infatti, ma è un sospetto che via via si avvalora, di essere stato lui stesso, involontariamente, l’autore di quell’omicidio. Si accresce allora in lui la convinzione dell’innocenza di quell’imputato e il suo impegno per scagionarlo. Ma è in agguato la tentazione opposta, favorire la condanna dell’altro per salvare se stesso. Ma potrà vivere tranquillo, in pace con se stesso, sapendo che un innocente sconta una terribile condanna al suo posto? Si tratta di una domanda del tutto retorica, perché il film di Clint Eastwood è di quelli che, piuttosto che suscitare dubbi, esprimono solide convinzioni, ma di quelle maturate nel tempo, frutto di una personale saggezza. I significati del film sono netti, non si prestano a difficoltà di interpretazione. I personaggi sono scolpiti in modo tale da essere immediatamente riconoscibili nei loro caratteri fondamentali e, se ammettono chiaroscuri, sono anch’essi del tutto leggibili (a parte il protagonista, quella pubblica accusa per esempio, rivestita da una donna che sembra indurita dal cinismo, ma che via via visibilmente, in cuor suo, si fa prendere dai dubbi sulla colpevolezza dell’imputato). Malgrado una certa schematicità, il racconto è coinvolgente, riuscendo ad essere allo stesso tempo nobilmente edificante. Gianfranco Cercone (Trascrizione della puntata di “Cinema e cinema” trasmessa da Radio Radicale il 23 novembre 2024 »» QUI la scheda audio) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=85&cmd=v&id=24971 Gianfranco Cercone. “Parthenope” di Paolo Sorrentino Un particolare procedimento per eseguire, attraverso un racconto, il ritratto di un personaggio, è mettere quel personaggio a confronto con le situazioni più svariate - ora comuni, ora bizzarre, ora perfino fantastiche - e osservare come reagisce a tali provocazioni. Emergeranno così tante sue emozioni, tante sfaccettature della sua psicologia. Un buon ritratto dovrà darci un’impressione di unitarietà attraverso la molteplicità degli aspetti così suscitati: come una persona reale resta in fondo sempre la stessa malgrado le modificazioni che subisce nei diversi contesti in cui si trova ad agire, e attraverso il passaggio del tempo. Mi sembra questo il progetto che realizza l’ultimo film di Paolo Sorrentino, Parthenope. Il personaggio ritratto, al centro del racconto, e anzi tema del racconto stesso, è una donna il cui nome infatti dà il titolo al film. Ma Parthenope è anche l’antico nome greco della città di Napoli. E la protagonista, partorita nel mare, nelle acque di Posillipo, ha forse alcune caratteristiche di quella città, come fosse quasi una sua personificazione. Tali caratteristiche si rivelano gradualmente per tutto il corso del racconto. Se la più evidente è la bellezza fisica, quella su cui più si appunta la descrizione è una speciale grazia interiore, che però comprendere numerose contraddizioni. Parthenope è solare ma allo stesso tempo ospita zone d’ombra insondabili; è sensuale, ma anche a volte pudica; è attratta dalla religione cristiana, ma è più forte in lei una sensibilità pagana; in certi momenti appare fredda, scostante, ma è poi capace di slanci imprevedibili di generosità; è ambiziosa ma anche umile. Questi tratti contraddittori non sono contrapposti l’uno all’altro come per un gioco intellettuale, ma risultano concretizzati in tutta semplicità nell’evidenza fisica del personaggio, nei movimenti del corpo, nelle espressioni del viso. (L’attrice che la interpreta con totale aderenza è Celeste Della Porta). Forse la sua contraddizione principale è apparire allo stesso tempo realistica e idealizzata, se appunto la grazia, alla fine, ci resta impressa come il suo connotato principale. Certo, gli episodi che attraversa, slegati per lo più l’uno dall’altro, che non compongono un racconto tradizionale (come accadeva anche in certi film di Fellini, per esempio Amarcord e Casanova) potranno risultare a volte gratuitamente stravaganti o sforzatamente provocatori (penso alla scena in cui la ragazza si accoppia in chiesa con un cardinale, vestita di paramenti sacri.) Ma in effetti quegli episodi, nel loro complesso, costituiscono come un gigantesco, forse sovrabbondante, laboratorio, una serie di test fantasiosi, per “spremere” dal personaggio le sue emozioni più intime. A maggior ragione si potrà rimproverare al film lo stile sentenzioso, un po’ fastidiosamente aforistico, dei dialoghi. Ma si sa che l’aspetto migliore del cinema di Sorrentino è qui come altrove nelle immagini piuttosto che nelle parole. E in Parthenope tra le immagini più belle c’è quella conclusiva. La protagonista, in età matura, adesso interpretata da Stefania Sandrelli, vede passare nella notte un pullman carico dell’allegria dei tifosi del Napoli, che festeggiano la vittoria dello scudetto. Riflessa nel suo volto quella rapida apparizione notturna sembra alludere al passaggio della sua vita, alla sua brevità, alla precarietà dei momenti felici, ma anche, nel cuore del personaggio, al raggiungimento di una rassegnazione serena. Gianfranco Cercone (Trascrizione della puntata di “Cinema e cinema” trasmessa da Radio Radicale il 2 novembre 2024 »» QUI la scheda audio) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=85&cmd=v&id=24954 Alberto Figliolia. “La storia di Armando Picchi” al Teatro Gerolamo di Milano La prima volta che ho indossato la maglia del Livorno mi sono sentito nudo perché la mia pelle era amaranto. Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi… il rosario di ogni interista che si rispetti, di ogni amante del calcio. Picchi, Armando: da Livorno, prima terzino destro, poi libero (oggi si direbbe centrale). Libero di nome e di fatto. 20 giugno 1935-Sanremo 26 maggio 1971, una vita breve ma intensissima, nel segno di una gloria sportiva imperitura e di uno spessore umano altrettale. La sua biografia di giocatore recita: Livorno (1954-1959, 99 presenze e 5 reti), S.P.A.L. (1959-1960, 27-1, e un quinto posto epocale nella massima divisione per l’équipe ferrarese), Inter (1960-1967, 205-1), Varese (1967-1969, 46). E Italia (1964-68, 12). Tre scudetti, due Coppe dei Campioni e due Intercontinentali, l’ultimo baluardo in campo con la maglia nerazzurra della Grande Inter. Calciatore di intelligenza superiore, classe e senso tattico superbo, cresciuto in seno a una famiglia speciale, come ha saputo ben raccontare Nando dalla Chiesa, sociologo e scrittore, nel suo bellissimo volume Capitano, mio capitano (Limina 2005). Il fratello maggiore Leo, suo mentore, era un farmacista che aveva militato come calciatore professionista nel Livorno e nel Torino del dopo Superga, oltre ad avere giocato in serie A, nei primi anni Quaranta, anche a pallacanestro (nessuno come lui). Come detto, una famiglia assolutamente non banale in una città a sua volta unica, e forse sottovalutata per quel che concerne la propria incantevole bellezza, dall’invincibile spirito marinaio, quello che spira libertà da ogni poro, come era per tanti del nucleo familiare dei Picchi. Armando aveva un nonno anarchico e un altro repubblicano costretto per l’esilio a lasciare la patria. Spirito mai domo era Picchi sui verdi campi del football, capitano della leggendaria formazione allenata da Helenio Herrera, il Mago, con cui talora confliggeva – ed erano scintille – data la fortissima personalità di entrambi. Ma Picchi era imprescindibile in quella squadra che seppe dominare in Italia, in Europa e nel mondo, emblema tosco-meneghino e del tricolore che rinasceva in fiducia e aspettative dopo la grande rovina della Guerra. Una figura peraltro molto emozionale quella di Armando, stroncato da un tumore alla colonna vertebrale quando aveva già intrapreso nei ranghi della Juventus, arcirivale del Biscione, una più che promettente carriera di allenatore. Indelebile nella memoria l’Armando per le capacità tecniche, il simbolo che era divenuto, per il contorno socio-familiare che lo faceva vieppiù risaltare e rifulgere. “Il calciatore e l’uomo, il capitano e il sognatore, la forza e la poesia. 171 centimetri, 71 chili, il 41 di scarpe. Armando Picchi portò nell’Inter di Herrera e Moratti tutto lo spirito ribelle e combattivo ereditato dalla sua terra e dalla sua famiglia. Quello spirito impastò il cemento di una squadra italiana che vinse tutto al mondo, vanto della Milano Capitale emergente della società industriale.” Al numero 6 di quel celeberrimo incipit – spettacolare la coppia che creava in mezzo allo schieramento difensivo nerazzurro con l’Aristide cremonese, gran senso dell’anticipo e gran colpitore di testa – dedica uno spettacolo, La storia di Armando Picchi, il Teatro Gerolamo sabato 2 novembre (ore 20) e domenica 3 novembre (ore 16). Il testo è di Alessandro Brucioni e Michele Crestacci, con Michele Crestacci (foto); regia e musiche di Alessandro Brucioni (produzione mo-wan teatro, con il sostegno della Regione Toscana). Un bella e imperdibile occasione anche per ammirare quel gioiello architettonico e sentimentale che è il Gerolamo, nel pieno centro di Milano, teatro raffinato e, insieme, popolare, una storia antica, una splendida bomboniera dal ricco e originalissimo cartellone. “Lo spettacolo Picchi racconta lo spirito di Livorno e lo spirito di ogni italiano che resiste, combatte, inventa. Attraverso una narrazione comica e intensa viene ricostruito il percorso umano e professionale del calciatore. Dalle prime partite sul mare di Livorno alla indimenticabile finale di Coppa Campioni a Vienna del ’64, dal boom economico alla rivoluzione sessuale del ’68, dal tenero incontro con l’amore alla drammatica vicenda personale che lo condusse alla morte. E sullo sfondo l’Italia che cambia. La TV, usi e costumi, e il calcio che da semplice e romantico sport collettivo si trasforma in un feroce business e in un simbolo sempre più significativo dell’evoluzione sociale e culturale della società odierna. Sullo sfondo Livorno con le sue brezze calde, con le sue ferite, le sue debolezze e le sue appassionate voci, compresa la sua, di Armando Picchi. Un simbolo di serietà, fedeltà e sacrificio. Un allenatore in campo e un punto di riferimento per la squadra nello spogliatoio: IN UNA PAROLA, IL CAPITANO.” Non poteva dirsi meglio. Non solo per interisti. Per capire una piccola era, nel solco del neorealismo e delle speranze. Nel segno di un atleta di caratura immensa e, soprattutto, uomo tutto d’un pezzo, interprete di una realtà complessa, in continuo divenire, figlio dei più begli umori popolari, interprete di un mondo in mutamento da governare con raziocino e fantasia. Alberto Figliolia La storia di Armando Picchi, Teatro Gerolamo (Piazza Cesare Beccaria 8, Milano). Sabato 2 novembre, ore 20 e domenica 3 novembre, ore 16. Durata spettacolo: 60 minuti senza intervallo Informazioni e prenotazioni: tel. Uffici 0236590120/122, biglietteria 0245388221; e-mail biglietteria@teatrogerolamo.it, info@teatrogerolamo.it; sito Internet www.teatrogerolamo.it http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=83&cmd=v&id=24945 Alberto Figliolia. “Anche i sogni impossibili - Il quindicesimo ottomila di Fausto De Stefani” di e con Jacopo Maria Bicocchi e Mattia Fabris Palazzo Arese-Litta in Corso Magenta 24, già di per sé splendido nella sua facciata di barocchetto lombardo, si trova in una zona fra le più ricche di Milano per testimonianze artistiche e culturali. A brevissima distanza da San Maurizio al Monastero Maggiore, la Cappella Sistina di Milano, a metà strada fra il celebre Ago, filo e nodo nella piazza della Stazione Nord e Sant’Ambrogio, non distante da Santa Maria delle Grazie e dall’Ultima Cena leonardesca, il palazzo gode davvero di una posizione privilegiata. E la dimora nobiliare, edificata fra XVII e XVIII secolo, ospita il più antico teatro meneghino. Vi ha sede il Centro di Produzione teatrale Manifatture Teatrali Milanesi, nel cui progetto confluiscono la sala per antonomasia del Litta, l’annessa Cavallerizza e il Teatro Leonardo in Piola, Città Studi, nei pressi del Politecnico di Milano. Dal 16 al 20 ottobre ha avuto luogo, al Litta, la messa in scena di Anche i sogni impossibili - Il quindicesimo ottomila di Fausto De Stefani di e con Jacopo Maria Bicocchi e Mattia Fabris (produzione ATIR, scene Lucia Rho, light designer Roberta Faiolo), l’avventurosa, e virtuosa, sebbene non priva di eventi drammatici, storia dell’omonimo alpinista, oggi 72enne, asolano, quindi un uomo di pianura che a bordo del pallone aerostatico dei propri sogni ha saputo raggiungere la vetta dei quattordici 8000 del pianeta. Anche se ufficialmente gliene vengono riconosciuti tredici, in quanto la “conquista” del Lhotse avvenuta in un giorno di tempesta manca secondo taluni di una prova certa. Il nostro pensiero è che De Stefani, uomo scevro di sovrastrutture narcisistiche e autoreferenziali, di somma onestà intellettuale, toccò anche la cima del Lhotse. Ma non è così importante in fondo, poiché altri erano stati, e sono, gli intenti dell’alpinista della provincia di Mantova. All’inseguimento di un sogno, come detto, un cimento interiore, quello di Fausto, l’esplorazione di più vasti orizzonti, la comunione con la Natura e l’intima comunicazione, l’empatia con le culture attraversate e le persone conosciute. Fino al quindicesimo 8000, vale a dire l’aiuto e l’assistenza all’infanzia e ai giovani del Nepal attraverso una scuola per cui incessantemente raccoglie fondi tramite conferenze o interventi vari. A ben vedere, questa è l’impresa più riuscita, che qualifica e definisce la sua essenza. Non il supereroe che ha scalato le montagne più impervie e vertiginose del pianeta, ma la persona trasudante umanità, una socialità di purezza e bene. La pièce, dai contenuti insieme concreti e affabulatori – la materia vi si presta – è tenuta magnificamente in scena da Jacopo Maria Bicocchi e Mattia Fabris che sopperiscono ai pochi, ma perfettamente funzionali, elementi di scena con un racconto in cui s’intrecciano fantasia, visioni e la realtà estrema del vento e del ghiaccio, delle stelle sopra le, nonostante tante ascensioni, invitte cime. Perché nel gioco delle priorità è… «sempre l’uomo, le sue fragilità, le sue ambizioni, i suoi sogni e le sue contraddizioni. Ovunque Fausto sia andato ha sempre cercato di lasciare un segno, di comprendere la cultura del luogo, incontrare le persone, stringere relazioni, rispettare l’ambiente. Un percorso umano, molto prima che alpinistico, coronato dalla sua impresa più grande, forse l’unica di degna di portare quel nome, il suo XV Ottomila: la realizzazione della “Rarahil Memorial School”, una scuola in Nepal, nella valle di Katmandu». La parola ancora ai due autori-attori: «Contadino, carrozziere, escursionista, alpinista, fotografo, ambientalista, attivista, Fausto è un sognatore da sempre. Fin da quando, bambino, ascoltava le storie di Mandelo, un vecchio vagabondo della Bassa Mantovana, che incantava i bambini delle cascine con i suoi racconti. – Salite sulla mia mongolfiera – diceva loro, e quella voce capace di dialogare con il vento e con i fiori li trasportava nei più remoti angoli del globo. Da quella mongolfiera, spinta dal vento della fantasia, Fausto non è mai sceso. È da quella speciale prospettiva tra sogno e realtà che ha visto il mondo, le persone che lo abitano e le diverse culture che lo popolano. Ripercorrere la strada di Fausto, dunque, significa non solo conoscere la storia di uno dei più forti e determinati alpinisti del mondo ma, soprattutto, immergersi in una visione del mondo. Un gesto di senso, concreto, duraturo, al servizio dei bambini e dei ragazzi di quel Paese che tanto gli ha dato. Ma Fausto non si è fermato. Ha continuato a scalare le vette dei suoi sogni fino a vederne realizzato un altro: “La collina di Lorenzo”, la sua dimora incantata. Lì, su quella piccola altura tra Brescia e Mantova, giungono bambini da tutta Italia, per imparare a conoscere la natura e l’ambiente. Tutti riuniti attorno a lui, mentre li porta in volo, sulla stessa mongolfiera che fu di Mandelo, ad esplorare il mondo. Bonatti, alla fine della sua carriera, si dedicò a quello che lui chiamava alpinismo orizzontale; nel caso di Fausto possiamo parlare senza sbagliare di “alpinismo umano”. La storia di Fausto supera di gran lunga i confini della montagna. Parla alla fantasia e alla capacità di sognare del bambino che dimora in ognuno di noi. E parla agli adulti che siamo o che diventeremo, che si dibattono nel trovare un senso alle proprie azioni e alla propria vita». Una bella lezione di cui fruire in questi tempi di logiche illogiche in cui un bieco e ottuso mercantilismo politico-economico-militaristico e la legge del profitto consumano il corpo sociale, le anime individuali, le risorse della Terra e i ghiacci del globo. Citiamo ancora dalle note di regia: «Un punto di vista che ha la forza di indicare a tutti noi direzioni possibili pur non essendo per forza amanti della montagna. […] Siamo stati con Fausto, abbiamo mangiato insieme a lui, passeggiato, chiacchierato, sorriso, abbracciati e dopo un lungo tempo ci siamo messi a scrivere. Un percorso che è durato circa due anni prima di presentare a tutti il nostro lavoro. Uno dei commenti che più portiamo nel cuore è quello di Sara, sua figlia, che dopo aver visto lo spettacolo ci disse: Ho conosciuto più di mio padre in quest’ora e un quarto, che in quarant’anni di vita». Jacopo e Mattia costituiscono la Compagnia Slegati, che si muove per ogni dove, anche organizzando e portando spettacoli, fra cui Un alt(r)o Everest, in altura, nei rifugi, prati in quota, boschi e falesie, da Catania (l’Etna è ben oltre i 3000 metri di altezza) a Bolzano. Slegati con coerenza e felicemente camminanti. Per tornare alla stagione 2024-2025 di MTM (info www-mtmteatro.it) – Respiro-Questo alito d’aria che il rinfrescarsi della notte… (da un verso di PPP) o In dolce brezza,/ respiro del crepuscolo,/ la vita nasce. (Matsuo Munefusa Bashō) – il panorama degli spettacoli è oltremodo vasto e stimolante: fra gli altri, al Litta, César Brie, Luigi Pirandello, Euripide, Dostoevskij, Eschilo, Čechov, Pierre de Maurivaux. Originali e adattamenti. Un fascinoso viaggio di scoperta degli infiniti mondi che ci abitano. Al Leonardo andranno in scena Shakespeare, i Kataklò, Molière, drammaturghi della contemporaneità, spettacoli comici o, anche, di divulgazione. Perché… «Il teatro è come un respiro. È fatto d’aria. È un alito d’aria nel rinfrescarsi della notte. Un’aria che ferma l’aria del tempo reale, quello dei giorni tutti uguali e monotoni, il tempo delle preoccupazioni e delle ansie. Il teatro non è un facile rimedio per il tempo della nostra vita, ma è un regalo che ognuno di noi può fare a sé stesso. Il teatro è… respirare. Facciamolo, un respiro». Alberto Figliolia http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=83&cmd=v&id=24942